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TEREZA BOUČKOVÁ

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Tereza Boučková:  L’anno del gallo

(estratto)

Oggi Patrik compie diciotto anni!

È il suo compleanno ma noi non lo vediamo da quattro mesi e da altrettanti non lo sentiamo, quindi non abbiamo preparato niente. Non pensavamo minimamente che sarebbe comparso proprio oggi, di sua iniziativa, spontaneamente.

Patrik, nostro figlio maggiore.

Era abbastanza pulito, vestito decentemente – a parte le scarpe. Che erano consumate e logore, sciupate. Patrik, appena rasato a zero – la testa graffiata come se qualcuno ci avesse danzato sopra con una lametta. Come se fosse appena uscito di galera. Negli ultimi mesi lo avevo intravisto una sola volta, su un autobus che passava. Aveva i capelli rasta.

Non è che sei stato in galera, così pelato?

Guarda che mica ti rasano più in galera.

E tu come lo sai?

Ci versammo del vino, fortunatamente avevamo a casa una bottiglia, e brindammo alla sua maggiore età: Tanti auguri!

La torta non c’è, non immaginavo che ti saresti fatto vivo.

Non fa niente.

Salute!

Cin cin.

Ora i poliziotti non ti staranno più alle calcagna.

Non mi stavano alle calcagna neanche prima.

Qui sono venuti spesso.

Almeno la smettono di rigirarsi i pollici.

Persino da mio padre ti hanno cercato.

Che? Ah ah ah. Rise divertito. Avevo riso anch’io (quasi), quando mio padre mi aveva chiamato per dirmelo. La polizia cercava Patrik a casa sua, ma se lui non sa neanche com’è fatto! Ha visto i miei figli in tutto due volte, parecchio tempo fa, quando erano ancora piccoli.

Ti hanno cercato dappertutto.

Sono pagati per questo.

Non sei tu a pagarli.

Fa niente. Che sgobbino.

Patrik è venuto a prendere il passaporto. La carta d’identità l’ha lasciata in istituto e ora non può andare a ritirarla. Perché? Perché non ha tempo. Deve andare al lago.

Gli ho detto che il passaporto non glielo do finché non torna all’istituto a ritirare la carta d’identità. Ho parlato al telefono con la direttrice per assicurarmi che non ci siano dei debiti in sospeso, che non rimanga qualcosa da pagare, ora che la permanenza è finita.

Come potrei avere dei debiti se non ci sono stato quasi mai?

Volevano prolungare la tua permanenza in istituto fino ai diciannove anni – in un istituto con un regime severo, con le grate alle finestre. Li hai proprio esasperati.

Tanto sarei scappato lo stesso!

Abbiamo chiesto al tribunale di lasciarti uscire. Per farti sperimentare la libertà. Ma in istituto hanno bisogno che tu vada a prendere la carta d’identità, devono chiudere la pratica della tua permanenza. Non possono farlo finché hai lì le tue cose e soprattutto i tuoi documenti. Devono firmare il consenso. Patrik, ogni stato ha le sue leggi e bisogna seguirle. Trovati un lavoro e paga l’assicurazione sanitaria perché è obbligatoria per legge. Altrimenti i tuoi debiti aumenteranno sempre più. Così ti complichi la vita e sarà molto difficile tirartene fuori... Se non vuoi lavorare iscriviti almeno all’ufficio di collocamento. L’assicurazione la pagheranno loro...

Brontolavamo.

Gli abbiamo detto che potrà tornare a stare con noi solo quando deciderà di vivere secondo la legge. Ma lui non ci pensa nemmeno. Abita in città, da un amico, è tutto a posto. Lui tutti i giorni a lavorare non ci va, non è mica scemo! Ogni settimana dover andare all’ufficio di collocamento, macché! Sa prendersi cura di se stesso lui, sa cosa fare. I soldi sa guadagnarseli. Non è che mi ci accompagnate voi all’istituto? Non so come ci si arriva.

Non sai come ci si arriva? Ma se sei scappato da lì sei volte!

Cinque.

Cinque o sei che fa!

Ormai stiamo gridando.

Io e Marek, di nuovo furiosi, di nuovo in preda all’ira, altro non sappiamo fare.

Patrik si alza: Allora me lo date questo passaporto?

No.

E perché no?

 

Se così dev’essere, allora così sia!

Temevo che la notaia ci giudicasse, mi ero rivolta a lei scegliendola a caso dall’elenco telefonico. Però andammo, stiamo imparando a fronteggiare la situazione, ad abituarci. Non è vero, ad abituarci no, stiamo imparando, tutto qui.

Alle nove io e Marek entrammo nel suo ufficio. Coraggio! Non stiamo facendo niente di male. Qualunque sia la nostra decisione, non ci libereremo mai dalla sensazione di non avercela fatta, di avere fallito, di non esser riusciti a educare i ragazzi, perché non ha funzionato se ci siamo sforzati così tanto? Ma allora non non si è proprio in grado di influenzare niente? Con l’amore, con l’energia, con l’esempio della nostra vita. Quante notti ho passato sveglia con questi pensieri.

E ora siamo qui.

Alla notaia spiegammo come meglio possibile. Una breve cronaca, il nostro curriculum vitae di genitori, l’unica cosa da fare era raccontare in breve gli ultimi vent’anni.

Un’adozione di secondo grado corrisponde per legge ad avere un figlio proprio. Di qui non si scappa. Avremmo dovuto dimostrare il disinteresse di Patrik nei nostri confronti, nei confronti di noi genitori, e anche la vita „irregolare“ che conduce, se così dev’essere.

Passammo subito ai documenti. Avevamo portato i rapporti degli specialisti a cui eravamo ricorsi anni prima, quando da soli non sapevamo che fare e sentivamo che l’educazione del nostro primo figlio adottivo, finora basata su quella che era la nostra natura e il nostro cuore, era completamente fallita.

Patrik: „Disturbi della condotta che portano gradualmente a disturbi antisociali della condotta, aggravati da uno sviluppo disarmonico della personalità, all’origine di disturbi comportamentali associati ad azioni criminali...“

Avevamo anche tutte le sentenze e i resoconti delle sue fughe dall’istituto. Uno spesso fascicolo. Nel migliore dei modi possibili scrivemmo le ragioni per cui dovevamo farlo.

Un timbro rotondo.

Uscimmo. Davanti alla porta la notaia ci strinse la mano e disse che si inchinava davanti al nostro coraggio. E io... Anche con questo dovrò venire a patti, non tutti ci giudicano, non tutti, almeno non ancora.

Marek si affrettò al lavoro con l’auto di servizio, io andai con la nostra a fare la spesa e poi a casa. Non feci nemmeno in tempo a portare le buste dal portabagagli fino al cancello, che vidi una macchina con la scritta polizia svoltare nella nostra strada. Due uomini in uniforme cercavano Patrik. Una nuova indagine. Come mai? Perché lo cercano di nuovo? Da ieri è definitivamente terminato l’obbligo di permanenza in istituto, da ieri è maggiorenne.

Mentre da oggi è diseredato.

 

Le cinque in punto e sento un frastuono provenire dalla stanza di Lukáš. Anche questo giorno inizierà coi miei strilli. Nei week end vengo svegliata tutte le mattine da un botto, perché Lukáš si muove come un elefante in un negozio di cristalli. E la stessa goffezza hanno i suoi pensieri.

Oggi mentre faceva colazione ha inserito un video (le cinque e qualcosa non sono l’ora ideale per un buon programma in televisione) e gli è caduto il telecomando sulle mattonelle del pavimento. Poi gli è caduto il coltello, anche quello sulle mattonelle. Poi la spazzola, ovviamente sulle mattonelle. BUM! BUM! BUM!

Ogni giorno mi sveglia così, e poi dice SCUSA. Ogni giorno ruba qualcosa e quando lo scopriamo dice NON VOLEVO. Ogni giorno la stessa maledetta storia.

Il cielo è di un grigio uniforme. La giornata è finita male com’era cominciata. Tanto per peggiorare le cose stamattina hanno suonato al cancello due sconosciuti. Tutta l’estate è andata avanti così, con sconosciuti che suonavano al cancello. Sempre della polizia criminale, sempre che cercavano Patrik.

Questi non erano poliziotti, ma Patrik lo cercavano anche loro. Uno dei due era in ansia per suo fratello. Era uscito venerdì insieme a Patrik e ancora, lunedì, non avevano notizie, erano preoccupati. Non l’aveva mai fatto. Anche al cellulare era irraggiungibile, l’aveva spento. Tutto questo trambusto per un ragazzo di vent’anni!

Mi ricordo di come mi sentii la prima volta che Patrik sparì così, aveva diciassette anni e mezzo. Per tre giorni. Non si fece vedere né sentire. All’inizio mi arrabbiai, ma col tempo cominciai a preoccuparmi sempre più. Ero attanagliata dalla paura.

Ho detto loro che Patrik non vive più qui, vagabonda chissà dove. Non abbiamo un indirizzo. Sparire senza lasciare tracce è la sua specialità. Gli abbiamo comprato un cellulare solo perché in queste occasioni possa spegnerlo. Dissi: Fareste meglio ad avvertire la polizia.

L’avevano già fatto, ma continuavano comunque a cercarlo.

Non posso aiutarvi, mi scusai.

Loro si scusarono per il disturbo.

Io mi scusai, per Patrik.

 

Cosa si può fare per i bambini indesiderati, danneggiati al punto che non riescono a vivere una vita normale, relativamente decente? I piccoli non amati fin dal principio, buttati negli istituti, l’unico legame emozionale che sviluppano, nel loro primo anno di vita, è quello col biberon di latte.

Di umano niente.

Già da tempo è stato dimostrato che importantissimo, per lo sviluppo emozionale dell’individuo, è il primo anno di vita. E io penso – io so – che per un neonato è altrettanto importante il desiderio che la mamma ha di lui quando è ancora in grembo. Se lo ama dal momento in cui scopre di aspettarlo. E quando nasce non dovrebbe separarsi da sua madre per un solo istante. Ha bisogno di avvinghiarsi a lei con lo sguardo, di sentire la sua voce, di guardare i suoi gesti, ha bisogno di rituali fissi per sentirsi al sicuro […]

[…] Io ricordo bene in che stato miserabile erano i nostri figli, quando li abbiamo presi. Non reagivano alla voce umana – come se fossero sordi. Non si giravano quando qualcuno parlava. Non seguivano mai le persone con gli occhi, solo il biberon. Impazzivano quando vedevano il biberon ma non potevano ancora bere, perché magari il latte doveva raffreddarsi un po’. Si graffiavano fino a sanguinare, quasi si strappavano le orecchie se solo li lasciavo per un minuto, anche al bagno dovevo portarmeli per non farli precipitare in un panico autodistruttivo…

Come non impietosirsi?

Come non amarli?

Come non desiderare donar loro tutto l’amore negato?

(Scheda e traduzione a cura di Laura Angeloni  - finanziamenti: Il ministero degli esteri della Repubblica Ceca supporta le spese per la traduzione)

laura_angeloni@tiscali.it

 

 

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